Perchè il cambiamento non può passare dalla Flat Tax...

“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Così statuisce l’articolo 53 della Costituzione Italiana e così abbiamo agito per oltre 40 anni, da quando, nel 1971, sotto l’influsso delle istanze sociali provenienti dal “bang” della rivoluzione sessantottina, la Legge 825 del 9 ottobre delineò le disposizioni generali che le future riforme del sistema fiscale italiano – ancora disciplinato su decreti monarchici – avrebbero dovuto seguire in nome dei “principi costituzionali del concorso di ognuno in ragione della propria capacità contributiva e della progressività”. Due anni dopo sarebbero entrate in vigore le prime norme sull’imposizione indiretta, ad esempio l’Iva, e tre anni dopo, nel gennaio del 1974, avrebbe visto la luce quello che ancora oggi è il nostro sistema di tassazione sui redditi delle persone fisiche. Era nata l’Irpef.

Il carattere costituzionale della progressività dell’imposta veniva garantito attraverso un meccanismo matematico con il quale non solo, all’aumentare del reddito, aumentava l’importo dell’imposta da pagare (in senso proporzionale), ma soprattutto l’aumento cresceva perché aumentava anche la percentuale (cioè l’aliquota) dell’imposta da pagare. Il sistema prevedeva una stratificazione di soglie reddituali fino a 32 scaglioni, con aliquota massima fissata al 72% per i guadagni dai 500 milioni in su, l’equivalente, oggi, di 3 milioni di euro. Si cominciava invece a pagare dal milione di lire (circa 6.000 euro) con aliquota minima fissata al 10%.

Ma cosa resta oggi, nel 2018, 44 anni dopo, della progressività introdotta dalle riforme fiscali degli anni ‘70? Si è ridotta semplicemente a un sistema di sole cinque aliquote, abbinate ad altrettanti scaglioni di reddito, dove non solo l’aliquota massima è scesa dal 72 al 43 per cento, livello oltre il quale si entra nel proporzionale fisso, ma la stessa forbice fra le soglie di reddito minimo e reddito massimo, entro la quale le aliquote si muovono, è andata drasticamente a restringersi. Nel 1974, infatti, il legislatore dimostrava una ben più ampia visione d’insieme, normando da 1 fino a 500 milioni di lire, quindi di fatto da 1 a 500 volte tanto, mentre oggi, partendo da una soglia minima pari a 7.500 euro, si prevedono aliquote solo fino a 10 volte tanto: 75.000 euro, senza contare che gli attuali valori del prelievo progressivo (aliquote dal 23 al 43%) sono fermi al 2007.

Con questo sistema - basato su questi scaglioni e su queste aliquote - lo Stato Italiano incassa un’Irpef complessiva di circa 182 miliardi di euro (comprese addizionali comunali e regionali), a cui si aggiungono i 10 miliardi di ritenute sugli interessi e sugli altri redditi di capitale e circa 1 miliardo di Imu. Quindi: qualunque riforma fiscale che voglia seriamente riscrivere i parametri della tassazione in Italia, giocando eventualmente anche la partita della lotta al sommerso, deve ripartire da questi valori. Il primo concetto dev’essere non tanto l’incremento del gettito, obiettivo semmai successivo, quanto l’invarianza dello stesso. Insomma non bisogna perderci in termini di entrate tributarie. Lo scopo allora della riforma dovrebbe essere un’incisiva e strutturale redistribuzione del prelievo in entrambe le direzioni, alleggerendolo verso il basso, ma al tempo stesso innalzandolo verso l’alto.

Il principio costituzionale della progressività (articolo 53 della Carta), concepito sulla base di una struttura a scaglioni, non solo dovrebbe essere mantenuto ma di sicuro potenziato, attraverso una rimodulazione dei prospetti di calcolo. La regola cardine del: “verso di più se ho di più” dovrebbe restare immutata, ovviamente nell’ambito di una griglia che, per estensione delle fasce di reddito e diversificazione delle aliquote, andrebbe ad assicurare il giusto respiro a tutto l’arco della progressività fiscale. Si potrebbe quindi pensare a una stratificazione ben più capillare del prelievo, che porti dagli attuali 5 ad un numero nettamente superiore di scaglioni e a un’aliquota massima ben oltre il 43%.

Il messaggio sostanziale che deve passare è che la semplicità del sistema fiscale non va confusa con la facilità di calcolo dell’imposta; coincide piuttosto con la facilità con cui il contribuente adempie all’obbligo fiscale. Confondere allora il mero calcolo matematico con il concetto più ampio (e “nobile” potremmo dire) della semplificazione fiscale, da intendersi in realtà come lo snellimento delle procedure, è un grosso equivoco da cui dobbiamo uscire. Da parte nostra possiamo anche lasciare che il calcolo diventi un po’ più complesso, ma di sicuro meno banale rispetto a un sistema ad aliquota piatta, perché il calcolo è tranquillamente demandato alla tecnologia, ai software telematici. Non è l’uomo che calcola l’imposta, lo fa la macchina. Noi al massimo dobbiamo tener fede all’impegno fiscale. Tenendo allora ben distinti il calcolo (quanto si deve versare?) dall’obbligo fiscale (il versamento), anche l’eventuale ripristino dell’originaria stratificazione a 30 aliquote e altrettanti scaglioni non dovrebbe minimamente preoccuparci, dal momento che qualunque tecnologia, anche la più banale, sarebbe oggi perfettamente in grado di gestirne il calcolo, oltretutto con la certezza di preservare lo spirito del dettato costituzionale, che vuole appunto il contributo individuale commisurato progressivamente, e non solo proporzionalmente, in base al crescere del reddito.

Quindi, come abbiamo detto, la tutela della progressività deve andare di pari passo con una drastica semplificazione degli adempimenti, sia nei confronti delle persone fisiche che delle imprese. La tecnologia torna a esserci alleata in questo, perché l’eventuale riduzione degli obblighi, concentrati tutti in un solo versamento e in una sola dichiarazione, sarebbe possibile attraverso la programmazione di uno strumento che potremmo chiamare SURS – Server Unico dei Redditi e delle Spese – ovvero un grande archivio pubblico digitale dove verrebbero registrati in tempo reale, con l’ausilio dei sistemi di tracciabilità, gli esborsi dei contribuenti (spese grandi e piccole), l’ammontare dei loro patrimoni in senso immobiliare, finanziario e reddituale, e di conseguenza gli importi incassati da ciascun esercizio commerciale.

Quello che abbiamo in mente è un sistema di ultima generazione attraverso il quale la pubblica amministrazione possa ricevere i dati reddituali dei singoli individui e al tempo stesso registrarne le spese sostenute; il tutto, appunto, attraverso sistemi di pagamento che escludano l’utilizzo di moneta contante. Un sistema, inoltre, dove anche gli intermediari finanziari farebbero confluire i dati delle transazioni eseguite per la determinazione della tassazione di redditi di capitale che finalmente comparirebbero all’interno della dichiarazione dei redditi della persona fisica, precompilata anche nella parte relativa ai tributi locali Imu-Tasi, esattamente come lo è oggi per le addizionali regionali e comunali.

A tutto questo dovremmo affiancare la già citata tracciabilità delle transazioni, intese non solo come il sostenimento delle spese di grosso calibro, ma anche delle spese correnti della vita quotidiana. Tale aspetto finirebbe infatti con l’avere un ruolo determinante ai fini impositivi. La vera novità sarebbe dunque l’ammissione di un certo onere in dichiarazione, come spesa deducibile o detraibile, a condizione che sia stato tracciato, quindi pagato con moneta elettronica. Ovviamente il contante non andrebbe a sparire dall’oggi al domani, ma al di fuori della tracciabilità verrebbe a decadere automaticamente la possibilità di detrarre o dedurre una determinata spesa.

Riepilogando: avremmo come serbatoio pubblico di dati l’archivio del SURS, accessibile sia dal lato utente che dal lato amministrazione. Nel SURS verrebbero concentrati in primis: redditi, capitali e beni immobiliari di ciascun utente. Oltre a questi dati, verrebbero poi acquisiti in tempo reale le spese sostenute con moneta elettronica, se non attraverso le classiche tessere bancomat o prepagate, anche tramite l’utilizzo di specifiche carte-acquisti per le spese correnti, ricaricabili in tabaccheria o nei supermercati, attraverso terminali predisposti alla ricezione di moneta contante. Ogni punto vendita, quindi, dovrà obbligatoriamente (pena sanzioni) essere dotato di un POS o di un sensore telematico in grado di scaricare dalla carta-acquisti l’importo della spesa effettuata, non importa se di 1, 10 o 100 euro.

Poi, alla fine dell’anno, quando si tratterà di versare l’imposta all’erario, il motore di calcolo del SURS la elaborerà cumulando le diverse tipologie di reddito riconducibili al soggetto, tenendo ovviamente conto delle diverse spese in deduzione o detrazione. La procedura avverrà con estrema rapidità, perché la lunga fase intermedia della precompilazione, che oggi obbliga in prima battuta datori di lavoro ed esercenti a comunicare, tutti in una volta, flussi stipendiali e transazioni, e in seconda battuta l’Agenzia delle Entrate a elaborare quei dati per caricarli sul 730, non esisterà più, o se esisterà sarà ridotta a una mera parentesi di verifica: ciascun dato, infatti, sarà già stato messo a disposizione sul server: per esempio gli stipendi al momento dell’erogazione e le spese al momento dell’esborso.

Ma c’è di più. Assumendo la tracciabilità delle spese una tale importanza ai fini fiscali, come conditio sine qua non sulla possibilità di godere o meno di detrazioni o deduzioni, anche le stesse detrazioni e deduzioni non potranno che essere potenziate, ampliate. È evidente come il sistema dei benefici fiscali annessi al pagamento delle imposte sia stato finora uno dei capisaldi in grado di garantire l’equilibrio della progressività del prelievo, perché se da una parte l’imposta toglie, dall’altra la deduzione e la detrazione permettono di controbilanciare l’esborso dovuto. Alimentare quindi il sistema delle agevolazioni passando dall’anticamera della tracciabilità, significherebbe non solo alimentare l’appeal del prelievo fiscale, ma anche, eventualmente, giocare una mossa decisiva nella partita contro l’economia sommersa. Chiariamo subito: questo non vorrebbe dire estendere la detraibilità su tutto, ma allargarla a molti esborsi fino ad oggi non considerati. Spendere dovrebbe essere in un certo senso percepita come un’attività conveniente, così come tracciabilità e detrazioni non dovrebbero essere percepite come universi paralleli, al contrario dovrebbero diventare vasi comunicanti, vivere l’uno in funzione dell’altro.

Purtroppo però ancora oggi molti oneri e spese, pur meritevoli di figurare come potenziali voci di sconto in termini di fiscalità, non trovano spazio in dichiarazione. Si pensi ad esempio alle spese per la manutenzione dei veicoli, a maggior ragione quando un nucleo familiare, magari di quattro elementi, ne ha a disposizione solo uno, o alle spese per gli accessori scolastici (zaini, quaderni, astucci, penne, matite), per i sussidiari o i libri di studio, per i manuali universitari, per i corsi di lingue straniere o per i corsi musicali dei figli, per gli alimenti destinati ai neonati, per i consumi culturali o d’intrattenimento (libri, cinema, teatri), per lo sport se praticato dai 19 anni in su, per le donazioni a familiari, per i viaggi a scopo sanitario o di studio, ecc. Potremmo davvero elencare decine di voci, per non parlare della franchigia in entrata sulle spese mediche, che a nostro avviso dovrebbe essere abbattuta in toto facendo così scattare la detraibilità da zero anziché da 129,11 euro. E infine, a coronamento della riforma, il legislatore dovrebbe lasciarci in dotazione un nuovo testo unico sui redditi delle sole persone fisiche, ove sia normata la strutturazione dell’unica imposta ordinaria (e progressiva) che tenga conto di tutto quanto posseduto in termini reddituali-patrimoniali.

Solo allora, eventualmente, potremmo iniziare a ragionare anche in termini di Flat Tax. Quest’idea non è certo inedita. In Italia già Berlusconi provò a introdurla nel 1994 con un’aliquota standard del 33%. Da allora si è perso il conto di tutte le volte in cui, fra proposte di legge più o meno concrete, o anche attraverso studi, pubblicazioni e dibattiti, il tema dell’imposta “piatta” è ciclicamente riapparso. Adesso indubbiamente l’argomento sta vivendo una nuova stagione di popolarità. In ogni caso l’ipotesi di una Flat Tax come di un’imposta mono-aliquota, o comunque concentrata in poche aliquote ravvicinate (2-3 al massimo) contraddice il principio costituzionale della progressività. Quando si parla di semplificare il nostro sistema fiscale invocando l’intervento risolutore della Flat Tax, si è davvero consapevoli di cosa vuol dire “semplificare”? O forse vogliamo solo dare l’illusione della semplificazione, mentre quello che in realtà si ottiene non è altro che una banalizzazione? Oltre 40 anni di sistema fiscale italiano ci dicono (e ci dimostrano) che non solo l’efficacia e l’efficienza delle imposte, ma anche la loro equità, passano tutte da una struttura sì proporzionale, ma al tempo stesso progressiva.

L’impiego, quindi, di un’imposta “flat” solo proporzionale, uguale per tutti, potrebbe essere al limite concepibile come opzione facoltativa in sostituzione della tassazione ordinaria, e comunque con l’assoluta, totale, indeducibilità/indetraibilità delle spese tracciate. Un po’ come avviene già oggi per i contratti d’affitto, sui quali il locatore ha la facoltà di applicare la cedolare secca in luogo dell’Irpef. Ipoteticamente la banca dati del SURS andrebbe a elaborare, in parallelo con l’imposta ordinaria progressiva sulle persone fisiche, anche la Flat Tax proporzionale fissa, e a quel punto il singolo contribuente avrebbe a disposizione il resoconto completo di entrambi i prelievi: da una parte l’imposta con annesse deduzioni e detrazioni, e dall’altra quella sostitutiva piatta sul 100% del reddito. A lui la scelta!

Qual è, in sostanza la conclusione del nostro ragionamento? Se vogliamo riscrivere il fisco, dobbiamo agire perché sia riscritto davvero. Non banalizzato, né svuotato dei suoi significati. Se vogliamo che sia semplice, cioè facile, pratico, per non dire addirittura FRUIBILE, dobbiamo allora pretendere che parli il linguaggio di questi anni e degli anni che verranno, che trovi nell’immediatezza, nell’interattività e nella “portabilità” i suoi punti di forza. Dobbiamo far sì che segua l’andamento dei tempi, che vi si adatti. Il concetto di semplicità, ribadiamo, non risiede nella banalità del calcolo, né presuppone che un reddito da 200.000 euro condivida la stessa aliquota di un reddito da 20.000. Questo non può essere, perché sarebbe anticostituzionale. La semplicità va intesa piuttosto nel modo snello, intuitivo, sbrigativo, con cui un contribuente (operaio o miliardario) può disporre del proprio reddito nei confronti dello Stato. Risiede quindi negli strumenti a disposizione del contribuente per onorare l’impegno, e gli strumenti – il loro impiego diretto – danno alla persona la consapevolezza del contributo profuso.
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