Oltre la Flat Tax: le proposte di CAF ACLI per un Fisco semplice

Quando si parla di semplificare il nostro sistema fiscale, ad esempio invocando la Flat Tax come chiave di volta di tutti i problemi, si è davvero consapevoli di cosa vuol dire “semplificare”? O forse vogliamo solo dare l’illusione della semplificazione, mentre quello che in realtà si ottiene non è altro che una banalizzazione? Oltre 40 anni di sistema fiscale italiano ci dicono (e ci dimostrano) che non solo l’efficacia e l’efficienza delle imposte, ma anche la loro equità, passano tutte da una struttura sì proporzionale, ma al tempo stesso progressiva. Struttura, per altro, dettata dai principi della carta costituzionale. La domanda allora è: che tipo di fisco vogliamo? Un fisco semplice o solo banale?

Stella polare del sistema fiscale: la progressività del prelievo

Il problema in breve

“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Così statuisce l’articolo 53 della Costituzione Italiana e così siamo andati avanti per oltre 40 anni, da quando, nel 1974, dopo un dibattito politico iniziato nel 1971, il governo Rumor pose le fondamenta di quello che è – ancora oggi – il nostro sistema di tassazione sui redditi delle persone fisiche. Era nata l'IRPEF. Solo l'anno prima, invece, era nata l'imposta indiretta che conosciamo col nome di IVA. Per il legislatore del tempo, il carattere costituzionale della progressività dell’imposta veniva garantito dalla sola IRPEF, essendo la struttura dell'IVA quella di un'imposta con prelievo proporzionale. Il meccanismo matematico dell’IRPEF faceva sì che, con l’aumentare del reddito, aumentasse non solo l’importo della imposta (in senso proporzionale) ma anche la percentuale della stessa. Si trattava dunque del sistema a scaglioni e aliquote tutt’oggi in vigore.

In questo primo anno, con gli strumenti di calcolo a disposizione allora, vennero introdotti 32 scaglioni diversi e altrettante aliquote. Il confronto con i cinque scaglioni di oggi, più le attuali cinque aliquote Irpef parrebbe (e di fatto lo è) impietoso. Così come impietoso è il progressivo restringimento degli scaglioni sui quali si calcola l'imposta in modo non lineare. Se oggi di fatto il legislatore norma un calcolo Irpef per scaglioni da 7.500 euro circa, soglia dell'incapienza, fino un valore 10 volte superiore, quei 75.000 euro oltre ai quali l'aliquota resta fissa al 43%, nel 1974 la norma stabiliva aliquote progressive tra 1.080.000 lire e 500 milioni. 465 volte tanto. Senza contare che nel corso degli ultimi 11 anni il sistema si è di fatto fermato, essendo le aliquote e gli scaglioni IRPEF di oggi corrispondenti a quelli del 2007, delegando la progressività dell'imposta alle politiche dei bonus, più o meno temporanei.

Le nostre proposte

1. Parola d’ordine: progressività – Il principio costituzionale della progressività (articolo 53 della Carta) concepito sulla base di una struttura a scaglioni, non solo dovrebbe essere mantenuto ma potenziato rispetto ad oggi, attraverso una rimodulazione dei prospetti di calcolo. La regola cardine del: “verso di più se ho di più” dovrebbe restare immutata, nell’ambito di una griglia che, per estensione delle fasce reddituali tassate e diversificazione delle aliquote applicabili, andrebbe ad assicurare il giusto respiro a tutto l’arco della progressività fiscale. Si potrebbe pensare a una stratificazione più capillare che porti dagli attuali 5 scaglioni ad un numero molto più elevato, con altrettante aliquote ed un sensibile ampliamento della forbice tra i valori assoluti dei vari scaglioni. Inoltre l’aliquota massima non dovrebbe fermarsi al 43%.

2. Un’unica imposta, una sola dichiarazione – La tutela della progressività del prelievo deve però andare di pari passo con una drastica semplificazione del sistema tributario. Ciò significa snellirne gli adempimenti. Quindi potremmo immaginare l’esistenza di un’unica imposta applicata progressivamente ai "redditi" e agli “averi” (mobili e immobili) della persona, tutti cumulati in un unico modello telematico che faccia da raccoglitore della situazione economica del contribuente.

3. Un nuovo Testo Unico delle Imposte delle Persone Fisiche – L’unificazione degli adempimenti fiscali in una sola imposta che le racchiuda tutte, sarebbe coadiuvata dalla nascita di un nuovo “testo unico” per normare la strutturazione dell’imposta stessa. Un testo scritto con la consapevolezza degli strumenti tecnologici attuali, che azzeri (o quanto meno riduca sensibilmente) la produzione delle decine di migliaia di circolari e documenti di prassi che spesso, sovrapponendosi tra loro, rappresentano la vera complessità del sistema. La vera semplificazione fiscale è, in questo senso, non tanto nella facilità di un calcolo per effetto di una sola aliquota, quanto nella facilità con cui si adempie all’obbligo.

Un sistema fiscale al passo con i tempi

Il problema in breve

Nel corso del 2017, a fronte di un Prodotto Interno Lordo di 1.718 miliardi di Euro, la spesa totale della PA in Italia è stata pari a 840 miliardi di euro (48,9% del PIL), dei quali 774 miliardi per la spesa primaria (45,1% del PIL) e 66 miliardi (il 3,8% del PIL) per la spesa per interessi. Nel medesimo anno il totale delle entrate è stato pari a 800 miliardi di euro, il 46,6% del PIL. Tale valore comprende le entrate correnti (795 miliardi, pari al 46,3% del PIL) e le entrate in conto capitale (circa 5 miliardi di euro, vale a dire lo 0,3% del PIL). Le imposte sul reddito che garantiscono maggior gettito sono l’Irpef, che rappresenta il 37% delle entrate tributarie correnti (sono ivi ricomprese le addizionali regionali e comunali), l’IRES, la cui quota è pari al 6,5%, e l’imposta sostitutiva sugli interessi e sui redditi da capitale, la cui percentuale si attesta al 2,6%. In termini di gettito, l’imposta diretta patrimoniale più rilevante è l’IMU, la cui quota è pari al 4,2%, a cui si è aggiunta, a decorrere dal 2014, la Tasi, la cui quota è pari all’1%. Ma anche l’IVA, in termini di gettito, ha un ruolo determinante, in quanto garantisce il 20,6% delle entrate tributarie correnti. In conclusione, possiamo rilevare come i tre principali prelievi effettuati sui contribuenti persone fisiche, l’IRPEF (addizionali comprese), l’IMU più la Tasi e l’Imposta Sostitutiva sugli interessi, rappresentino da soli il 44,5% di tutte le entrate tributarie correnti. Si tratta di 354 miliardi di Euro.

Qualsiasi politica fiscale seria deve comunque consentire di mantenere nel breve/medio periodo tale gettito. Sperare nel fatto che per effetto di un prelievo fiscale più modesto nei confronti dei contribuenti, questo porti ad un immediato rilancio dei flussi economici e al conseguente incremento delle entrate relative alle imposte indirette, significa giocare con il fuoco. Soprattutto in un paese dove il valore dell'evasione fiscale si attesta, secondo i dati Eurispes, in un valore che fluttua intorno ai 250 miliardi di euro (peggior dato d'Europa). È pur vero che ogni anno i dati di recupero dalla montagna del sommerso migliorano, ma oggettivamente sono miglioramenti di lieve entità rispetto a quella che resta pur sempre una montagna sommersa. Le armi-tampone utilizzate ricorrentemente negli anni, vedi condoni e rottamazioni, e inoltre lo sforzo – pur legittimo – di ritrarre il volto del fisco come un volto amico (di qui le ripetute occasioni date ai contribuenti di smussare i conflitti e scendere a patti con l’amministrazione), sono forse più segnali di debolezza che obiettivi programmatici, e dimostrano di non essere quei capisaldi strutturali che invece servirebbero nella lotta al sommerso.

Le nostre proposte

1. Transazioni elettroniche – Il primo sostanziale punto di svolta per ri-formare il fisco moderno dovrebbe essere quello di rendere immediatamente obbligatorio l'uso della moneta elettronica per tutte quelle transazioni collegate a spese su cui è prevista la detrazione o la deduzione delle stesse. Quest'obbligo andrebbe poi esteso successivamente a tutte le transazioni facendo diventare nel giro di qualche anno superfluo, ancorché impossibile, l'uso del contante.

2. Costituire il SURS, Server Unico dei Redditi e delle Spese – Coi sistemi di tracciabilità così estesi si dovrebbe creare il Server Unico dei Redditi e delle Spese, ovvero un grande archivio digitale pubblico degli esborsi sostenuti dai contribuenti e dei redditi percepiti dagli stessi. Ogni persona dovrebbe avere la possibilità di consultare la propria posizione monitorando in tempo reale tutte le spese sostenute nell’arco della giornata, ed il blockchain pubblico distribuito si alimenterebbe automaticamente svincolando tutti gli operatori economici da quegli adempimenti relativi alla trasmissione in tempi prestabiliti dei dati registrati, che contraddistingue oggi il nostro sistema limitandone di fatto l'efficacia. La dichiarazione precompilata di nuova generazione generata per ogni cittadino all'interno del sistema dovrebbe contenere, oltre a tutti questi dati, anche quelli relativi al patrimonio mobiliare e immobiliare, in modo tale da consentire di applicare immediatamente le imposte eventuali sui fabbricati e sulle rendite finanziarie tutte.

Detrazioni e deduzioni: un catalogo da rivedere… e potenziare

Il problema in breve

Secondo gli ultimi dati diffusi dal MEF, con riferimento al periodo d’imposta 2016, i contribuenti complessivi in Italia erano 40,9 milioni. Di questi, 10,9 non avevano presentato la dichiarazione dei redditi perché esonerati, mentre i restanti 30 milioni avevano adempiuto ai propri obblighi dichiarativi attraverso il modello 730 (20,2 milioni) o il modello REDDITI (9,8 milioni). Dall'esame di queste 30 milioni di dichiarazioni fiscali emerge che il reddito complessivo ai fini IRPEF ammontava a 834 miliardi di Euro dei quali 438 derivavano da redditi di lavoro dipendente, 251 miliardi da reddito da pensione, 41 miliardi da terreni e fabbricati, 35 miliardi da redditi di partecipazione, 33 miliardi da redditi di lavoro autonomo, 32 da quelli di impresa e 4 miliardi da redditi diversi. Il totale degli oneri deducibili ammontava a 35 milioni di Euro. Di questi, 19,5 miliardi erano relativi a contributi previdenziali/assistenziali dei lavoratori autonomi, 9 miliardi relativi alla deduzione per l'abitazione principale, 3,6 miliardi deducibili a causa di forme di previdenza complementare, meno di un miliardo per gli assegni al coniuge e circa un miliardo per le spese mediche destinate a portatori di handicap.

Di fatto il peso nella deducibilità delle spese vere e proprie ammonta a poco più di 6 miliardi di euro per un costo complessivo all'erario di circa 1,5 miliardi di Euro. Una volta sottratte le deduzioni, la base imponibile IRPEF vera e propria ammonta a poco meno di 800 miliardi, con un’imposta lorda pari circa a 216 miliardi. Le detrazioni pesano complessivamente per 67,5 miliardi. Di queste, la parte del leone la fanno le detrazioni sul lavoro dipendente o pensione (42 miliardi) e quelle per familiari a carico (12,6 miliardi). Dei 13 miliardi di euro residui, 6,6 miliardi sono stati spesi per i gettonatissimi bonus sul patrimonio immobiliare (6,6 miliardi di sconto IRPEF fra interventi di ristrutturazione e risparmio energetico) mentre il resto è andato soprattutto per spese mediche, interessi sui mutui e spese di istruzione. È dunque evidente come il sistema delle detrazioni e deduzioni sia uno dei capisaldi che garantiscono l’equilibrio della progressività del prelievo, perché se da una parte l’imposta toglie (non tantissimo visto i valori assoluti sopra elencati), dall’altra la deduzione e la detrazione permettono di controbilanciare l’esborso dovuto. Alimentare allora il sistema delle agevolazioni significherebbe alimentare l’appeal del prelievo fiscale. Quindi…

Le nostre proposte

1. Più detrazioni per oneri colpevolmente trascurati – La totalità delle transazioni tracciabili, cui alludevamo nella proposta precedente, dovrebbe accompagnarsi a una maggiore incisività dei benefici fiscali sull’imposta. Ossia, spendere dovrebbe anche essere conveniente. Tracciabilità e detrazioni non devono essere percepiti come universi paralleli, al contrario devono diventare vasi comunicanti, vivere l’uno in funzione dell’altro. Purtroppo però ancora oggi molti oneri e spese, pur meritevoli di figurare come potenziali voci di sconto in termini di fiscalità, non trovano spazio in dichiarazione. Si pensi ad esempio alle spese per la manutenzione dei veicoli, a maggior ragione quando un nucleo familiare, magari di quattro elementi, ne ha a disposizione solo uno, o alle spese per gli accessori scolastici (zaini, quaderni, astucci, penne, matite), per i sussidiari o i libri di studio, per i manuali universitari, per i corsi di lingue straniere o per i corsi musicali dei figli, per gli alimenti destinati ai neonati, per i consumi culturali o d’intrattenimento (libri, cinema, teatri), per lo sport se praticato dai 19 anni in su, per le donazioni a familiari, per i viaggi a scopo sanitario o di studio, ecc. Potremmo davvero elencare decine di voci, per non parlare della franchigia in entrata sulle spese mediche, che a nostro avviso dovrebbe essere abbattuta in toto facendo così scattare la detraibilità da zero anziché da 129,11 euro.

Flat Tax, nulla di nuovo sotto il sole

Il problema in breve

L’idea della Flat Tax non è certo inedita. In Italia già Berlusconi provò a introdurla nel 1994 con un’aliquota standard del 33%. Da allora si è perso il conto di tutte le volte in cui, fra proposte di legge più o meno concrete, o anche attraverso studi, pubblicazioni e dibattiti, il tema dell’imposta “piatta” è ciclicamente riapparso. Adesso indubbiamente l’argomento sta vivendo una nuova stagione di popolarità sulla base di un’ipotetica e necessaria "semplicità" del sistema fiscale. Ma un sistema fiscale non è semplice in funzione delle modalità di calcolo delle sue imposte. Se dunque ragionassimo solo in chiave di semplicità delle aliquote, il sistema sarebbe "banale". In ogni caso, l’ipotesi di una Flat Tax come di un’imposta mono-aliquota, o comunque concentrata in poche aliquote ravvicinate (2-3 al massimo) contraddice il principio costituzionale della progressività.

Le nostre proposte

1. Flat Tax come opzione, non come imposizione – L’impiego di un’imposta “flat” solo proporzionale – quindi non progressiva – uguale per tutti, potrebbe essere un’opzione facoltativa in sostituzione della tassazione ordinaria, e comunque con l’assoluta indeducibilità/indetraibilità delle spese tracciate. Ognuno, per sua scelta diretta, e consapevole dello strumento, potrebbe quindi applicare il calcolo più conveniente a seconda delle spese sostenute, dei redditi percepiti e degli eventuali dividendi incassati, divincolandosi dalle maglie di un fisco a taglia unica, e cucendosi addosso un più comodo abito di sartoria.

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